LA PRIMA STAGIONE DEL FOTOROMANZO -Letture Vintage

novembre 2, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

La prima stagione del fotoromanzo nell’immaginario collettivo è legata soprattutto a “Grand Hotel”, tuttora in edicola, eppure non fu propriamente questo settimanale a inaugurarla.
La data di nascita è l’8 maggio 1947: uscì quel giorno “Il mio sogno” – in seguito solo “Sogno” – che nelle sue dodici pagine in bianco e nero conteneva, insieme con alcuni racconti e rubriche, le prime puntate di due fotoromanzi, presentati come “romanzi d’amore a fotogrammi”.

Copertina fotoromanzo Il mio Sogno

Copertina fotoromanzo Il mio Sogno

I titoli bastano a farne intuire il contenuto: “Menzogne d’amore” e “Nel fondo del cuore”. Rispettivi autori Luciana Peverelli, notissima e prolifica scrittrice di “rosa”, e Stefano Reda, un giovane giornalista romano che può considerarsi il padre del nuovo genere. Fiducioso nel successo della sua iniziativa, egli ottenne il necessario finanziamento da un amico legato al mondo dell’editoria, il quale a sua volta non ebbe certo a pentirsene. Sulla scia di “Sogno” (Rizzoli) nacque di lì a poco “Bolero Film” (Mondadori).

Copertina Bolero Film

Copertina Bolero Film

Le due prestigiose case editrici considerarono sempre questi ed altri periodici popolari da loro editi, – “Novella”, “Confidenze” – un triste e vergognoso prezzo da pagare per finanziare periodici di maggior pregio, rivolti a un pubblico più colto: esplicite in tal senso le dichiarazioni dei responsabili editoriali. Sputavano con disgusto, insomma, nello stesso ricco piatto in cui mangiavano abbondantemente!

Grand Hotel” (edito da Universo) aveva iniziato le sue pubblicazioni l’anno prima, nel ’46, e aveva saputo ritagliarsi subito un’ampia fetta di mercato, anche se al fotoromanzo arrivò più tardi degli altri: abbandonò infatti solo gradualmente le storie disegnate con cui aveva esordito. Le figure, osservate con gli occhi di oggi, stupiscono per la notevole bellezza e per l’eleganza raffinata del tratto: collaborarono infatti alla rivista illustratori di altissimo livello come Walter Molino e Giulio Bertoletti. Racconti a disegni si trovavano anche in certe testate minori, come “Capricci”, nate sulla scia dei tre settimanali leader del settore. I benpensanti però stigmatizzarono subito a gran voce quelle che sembravano allora inaccettabili audacie: suscitarono scandalo, ad esempio, le belle ragazze ritratte in costumi da bagno o in abiti aderenti e scollati che ora paiono castigatissimi. I volti riproducevano spesso quelli delle mitiche star del cinema americano di allora: vi si riconoscono Ava Gardner, Robert Taylor, Errol Flynn, Joan Crawford ed altri ancora, il cui fascino contribuiva a nutrire sogni e fantasie.

L’arrivo in Italia di “Via col Vento” nel 1949 – quando il film statunitense aveva già dieci anni di vita – aprì la strada a storie similari ambientate anch’esse negli Stati Uniti del Sud e regalò a numerosi personaggi le fattezze di Vivien Leigh (Rossella O’ Hara) e di Clark Gable (Rhett Butler). Ad ogni modo, la scelta di passare dal disegno alla fotografia si rivelò vincente. Fin dall’inizio attori e attrici già molto noti accrebbero la loro popolarità prestandosi ai fotoromanzi, senza che ciò provocasse nei lettori la benché minima riprovazione; per altri, ancora sconosciuti, i fotoromanzi costituirono invece un importante trampolino di lancio. Alcuni di loro raggiunsero in seguito fama internazionale: prima tra tutti quella giovanissima e splendida Sofia Lazzaro che si fece presto conoscere al mondo come Sofia Loren e che nel ’61 conquistò meritatamente un Oscar per la sua intensa interpretazione di Cesira nel film “La ciociara”, diretto l’anno prima da De Sica. Ai grandi divi del cinema e del teatro (tra loro Vittorio Gassman, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Raf Vallone, Giorgio Albertazzi, Silvana Pampanini, Massimo Serato) si affiancavano cantanti di musica leggera allora in auge, come Achille Togliani e Giacomo Rondinella. Non molto più tardi comparvero le prime celebrità televisive, tra cui il dottor Manson della “Cittadella”, Alberto Lupo, ed anche un giovane Mike Bongiorno, arrivato anni prima dagli States e forte del successo di “Lascia o raddoppia?”.

#vittoriogassman esordi

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#gonewiththewind

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Se – lo si è già detto – la realtà femminile era spesso dura e amara, il sogno, o meglio l’illusione dell’incontro con il principe azzurro, bello e benestante, poteva renderla più sopportabile: un’illusione che i fotoromanzi alimentavano ampiamente. In essi l’amore, secondo i canoni consolidati del feuilleton e del “rosa”, incontrava una molteplicità di ostacoli il più delle volte di natura socioeconomica. Un classico: la protagonista bella ma povera, l’uomo ricco e altolocato, le trame della madre di lui per dividerli. Alla fine però gli equivoci e gli inganni si svelavano e la passione inevitabilmente trionfava, suggellandosi con il matrimonio. Accanto a questi stereotipi si affacciarono però, proprio all’inizio, storie alquanto trasgressive e di rottura, che suggerivano una femminilità nuova e più disinibita.

Il primo fotoromanzo pubblicato da “Grand Hotel”, “Anime incatenate”, assume da questo punto di vista una valenza emblematica. Flora, la protagonista, non corrisponde affatto al paradigma della brava ragazza dell’epoca: è provocante, fuma in pubblico, al Lido di Venezia flirta in bikini con uno sconosciuto (destinato peraltro ad essere l’uomo della sua vita), finisce in carcere per una colpa non commessa, fa l’amore senza essere sposata, ha un figlio illegittimo e va addirittura in America per rincorrere l’uomo amato. I due convolano infine a giuste nozze, ma solo dopo il divorzio di lui da una moglie, guarda caso, perfida e traditrice. Tutto ciò quando molte donne consideravano ancora disdicevole per la loro reputazione entrare da sole in un bar a bere un caffè o andare al cinema non accompagnate. Alcune eroine dei primi fotoromanzi di “Bolero” osano persino lasciare la famiglia – altra scelta assolutamente anomala rispetto ai tempi – per tentare la carriera nel mondo dello spettacolo. Mentre sognano il successo nel canto o nella danza si adattano a una vita di privazioni ma di solito, da ragazze oneste, non cedono alle avances degli impresari; si affermano infine grazie al talento e, pur trovando l’amore, non sempre si sposano e soprattutto non rinunciano alla carriera.

Interessante, ancora in “Bolero”, la presenza di un filone neorealista, inaugurato da quel Damiano Damiani che, nato nel 1922 a Pasiano (PN), sarebbe diventato negli anni ’60 e ’70 il regista di tanti importanti film di denuncia sociale e politica: un titolo per tutti, “Il giorno della civetta” (1968), tratto dal’omonimo romanzo di Sciascia e interpretato da Franco Nero, Claudia Cardinale, Lee J. Cobb e Serge Reggiani. I personaggi dei fotoromanzi neorealisti non sono aristocratici, borghesi o popolani edulcorati in stile “poveri ma belli”, ma proletari coinvolti in vicende drammatiche la cui conclusione positiva appare meno scontata e meno banale del consueto. Esemplare in tal senso “L’eterna canzone”(1947): Giovanni, prima cavatore di marmo col padre in Versilia e poi autista a Livorno, è costretto a partire per la guerra sul fronte africano. La giovane moglie Stella, rimasta a casa, affronta difficoltà di ogni genere anche perché deve allevare da sola il loro bambino nato da poco.

Giovanni, fatto prigioniero dagli Alleati, rinnega gli ideali fascisti e torna in Italia al seguito della V Armata, ma cade nelle mani dei Tedeschi e rischia la condanna a morte. Nel frattempo Stella si rivolge ai partigiani per curare con la penicillina il figlio gravemente malato, ma, scambiata per una spia fascista, è da loro imprigionata. La salvezza le proviene in extremis dal marito, che la raggiunge dopo essere a sua volta scampato fortunosamente alla fucilazione: il ricongiungimento del nucleo familiare avviene il giorno in cui alla radio si annuncia la fine del conflitto. In seguito l’uomo, pur non rinnegando l’ azione politica, se ne discosta anteponendole gli affetti familiari e domestici. Solo la donna, in definitiva, assume nella storia un ruolo eroico: indipendente, coraggiosa, non disposta a piegarsi alle avversità e capace di scelte autonome, Stella rappresenta un modello di femminilità moderna, lontana sia dal vittimismo ottocentesco che dalle sdolcinature della narrativa “rosa”.

Testo di Flavia Tornari Zanette
In memoria