Feuilleton, letture vintage. Seconda parte

giugno 13, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

Feuilleton, letture vintage. Seconda parte
Continuo qui con gli scritti di mamma. un iter interessante dal feuilleton al fotoromanzo. Letture vintage che mi piacciono molto.
“Il nome “feuilleton”, prima di definire il genere letterario di cui intendiamo occuparci, ebbe in origine un significato di natura esclusivamente tecnica: derivato da “feuillet” (foglio, pagina), indicava infatti la parte inferiore della pagina di un quotidiano, quella che da noi, in gergo giornalistico, si definisce “taglio basso” oppure “piè di pagina”. Nei primi decenni dell’Ottocento Louis-Francois Bertin, direttore del francese “Journal de Débats”, decise con felice lungimiranza di stampare in taglio basso e sempre nelle stesse pagine quegli articoli di critica letteraria e teatrale che prima erano sparsi senza ordine all’interno del giornale stesso: ne venivano così agevolate la riconoscibilità e la lettura. Bertin fu dunque l’antesignano di quelle rubriche culturali e di attualità che ancor oggi troviamo in posizione fissa su quotidiani e periodici. Nella pubblicazione di romanzi inediti a puntate, con scadenza e collocazione regolari, fu preceduto però da un altro geniale giornalista, Emile de Girardin, fondatore nel 1836 del quotidiano “La Presse” (La Stampa).
Per abbattere i costi di gestione facendo aumentare le vendite, egli si indirizzò di proposito a un pubblico più vasto e popolare: gli articoli culturali furono perciò sostituiti con una narrativa avvincente e di facile lettura, tale da indurre all’acquisto regolare del giornale i lettori ansiosi di conoscere lo svolgimento della narrazione, interrotta ogni volta, non a caso, in un momento cruciale; che è poi la stessa tecnica delle soap e delle fiction di oggi. L’obiettivo fu pienamente centrato e lievitarono pure gli abbonamenti. Altri giornali seguirono l’ esempio della “Presse” anche al di fuori della Francia, persino in Russia e negli Stati Uniti d’America. Bertin si adeguò presto lui pure alle esigenze del mercato: gli riuscì anzi il colpaccio di pubblicare, tra il ’42 e il ’43, quei “Misteri di Parigi” di Eugène Sue che rappresentano quasi per antonomasia il classico feuilleton francese. Il feuilleton inteso come romanzo popolare edito a puntate nasceva dunque con intenti meramente commerciali e di lucro: un abile piano di marketing in piena regola, finalizzato, si direbbe oggi, alla fidelizzazione della clientela attraverso il meccanismo della dipendenza generata dall’interesse e dalla curiosità.
Se il corrispondente italiano del vocabolo francese è “romanzo d’appendice”, espressione neutra che rimanda semplicemente alla collocazione abituale delle puntate nelle ultime pagine dei giornali, e se gli inglesi parlano in termini generali di “entertainment” (intrattenimento) quando si riferiscono alla narrativa di evasione, il tedesco “Trivial Literatur” – letteratura triviale, cioè volgare – esprime in maniera inequivocabile il disprezzo nei confronti di una produzione ben lontana, in effetti, dai canoni e dagli stilemi della letteratura “alta”. Dove non c’è esplicito disprezzo, c’è quanto meno scarsa considerazione: i testi scolastici ad esempio, indipendentemente dall’impostazione critica, dedicano solo rapidi cenni agli autori d’appendice, le cui opere, pur diffusissime almeno in passato, sono considerate sbrigativamente del tutto prive di valore sul piano dell’arte.
Il temine è rimasto in uso per definire un tipo specifico di narrativa popolare, quello più basso, a prescindere dal Paese d’origine e dalle modalità di pubblicazione, e può indicare per estensione anche prodotti non letterari (cinematografici soprattutto) dalle medesime caratteristiche. Siccome inoltre, per pura combinazione, Octave Feuillet è il nome di uno scrittore francese molto popolare nell’Ottocento, “feuilleton” passò anche a significare “romanzo scritto alla maniera di Feuillet”. Suo “Il romanzo di un giovane povero”, in cui, come in altre opere, prevale il patetismo con qualche decisa virata verso il “rosa”.