Feuilleton. Letture vintage. Terza Parte.

luglio 5, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

Feuilleton: Letture vintage. Terza Parte.
IL CONTESTO STORICO-SOCIALE. IL PUBBLICO.
Continua l’approfondimento sul romanzo d’appendice e le sue radici storiche.

Nell’Ottocento il feuilleton si inserisce dunque a pieno titolo in un mercato editoriale in grande espansione. Parlare di libri, di giornali, di scrittori e di editoria impone però almeno un cenno ai mutamenti sociali, all’evoluzione del costume e all’allargamento, graduale e lento ma costante, del pubblico dei lettori. Restiamo, per ragioni di tempo, in Italia. Il censimento del 1861 seguito alla proclamazione del Regno dipingeva, quanto all’istruzione, un quadro drammatico: su circa 22 milioni di abitanti solo il 12% sapeva effettivamente leggere e scrivere e appena seicentomila erano gli italofoni, le persone cioè capaci di esprimersi a voce anche in lingua italiana e non unicamente nel proprio dialetto. Il che fa presupporre che nei decenni precedenti la situazione fosse ancora peggiore.

feuilleton e fotoromanzi

feuilleton e fotoromanzi

Né l’analfabetismo e il semianalfabetismo così largamente diffusi potevano considerarsi compensati dalla cultura non di rado eccezionale raggiunta dai pochi, in maggioranza maschi, che potevano adire ai gradi più alti degli studi. La borghesia al potere non si dimostrò insensibile al problema: i governi unitari, specie quelli della Sinistra storica, si sforzarono di potenziare l’istruzione elementare, anche se gli esiti furono solo parzialmente positivi e non omogenei sul territorio: rapidi i progressi nelle grandi città, mentre nelle aree rurali e montane, nei piccoli centri e nel sud della Penisola l’arretratezza culturale rimase rilevante ben più a lungo.
Non per niente uno dei grandi successi dei primi anni della televisione italiana fu “Non è mai troppo tardi”, in cui il maestro Alberto Manzi provvedeva all’alfabetizzazione di uomini e donne, per lo più anziani e meridionali, che non erano mai andati scuola o che erano, come si dice, “analfabeti di ritorno”.
Da tutti i dati disponibili si evince che non poteva esistere nel XIX secolo una massa di lettori, più o meno colti, paragonabile a quella dei nostri giorni. Un grande successo letterario del tempo, salvo alcune fortunate eccezioni come da noi “I Promessi Sposi”, raggiungeva al massimo diecimila copie, contro le centinaia di migliaia necessarie oggi alla definizione di best-seller. E’ pur vero altresì che nel corso del secolo l’analfabetismo venne riducendosi e che tra i fruitori delle opere letterarie sempre più numerose furono le donne. Da ciò l’interesse delle case editrici e degli stessi scrittori nei confronti di un pubblico di cultura mediobassa e d’ambo i sessi: un pubblico che alla pagina scritta chiedeva non certo la magniloquenza aulica del classicismo, ma storie coinvolgenti ed emozionanti, raccontate con un linguaggio di agevole comprensione. Si fece sempre più marcata la distinzione tra la letteratura alta, per pochi, e quella bassa, riservata al “popolino”, come allora si diceva. Alcuni scrittori del realismo, e qualche romantico prima di loro, seppero tuttavia collocarsi, per così dire, a cavallo tra le due letterature, creando opere popolari sì, ma non per questo prive di valore: lo stesso Verga andò incontro al gusto dei lettori meno esigenti con i suoi romanzi mondani e sentimentali, mentre i capolavori veristi, alieni come sono da ogni concessione al melò, all’epoca piacquero molto meno e al grande pubblico, nell’accezione consueta del termine, forse non arrivarono mai.