Fotoromanzo e suo contesto storico- sociale. Letture vintage.

agosto 29, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

Qual é il contesto storico e sociale in cui nasce il fotoromanzo?

La Wanda dello “Sceicco Bianco” e la Maddalena di “Bellissima”, pur così diverse tra loro, sono figlie entrambe del dopoguerra italiano. Capire queste due donne e, cosa più importante, le loro sorelle in carne ed ossa è possibile solo se si guarda al contesto storicosociale che le aveva generate: lo stesso che generò anche i fotoromanzi e che ne giustifica l’incredibile fortuna editoriale a partire proprio da quegli anni.

Alla conclusione del tragico conflitto tante erano ovunque le macerie, testimonianza materiale della devastazione e delle morti causate dai bombardamenti. Ma quelle macerie erano anche un invito alla ricostruzione: negli anni successivi infatti esse scomparvero un po’ alla volta e al loro posto sorsero edifici e quartieri nuovi, specie nelle grandi città.

Già molto prima del boom economico ed edilizio degli anni ’60 il Paese dimostrò dunque di volersi lasciare alle spalle, in qualche modo, l’orrore della guerra. La realtà italiana rimaneva tuttavia molto difficile: tra i pesanti problemi da affrontare c’erano miseria, disoccupazione, scarsità di istruzione, disparità tra i sessi, gravi iniquità socio-economiche, pregiudizi di classe, odii politici non ancora sopiti.

Sia pure con i limiti che ogni schematizzazione comporta, non è improprio affermare che la letteratura e il cinema presero in quegli anni due direzioni diverse: da un lato l’evasione in un mondo illusorio di felicità e di benessere, dall’altra il neorealismo, che descriveva la situazione reale senza infingimenti e senza abbellimenti di sorta. Si stampavano e si leggevano fotoromanzi e libri “rosa”, si andava al cinema per sognare l’amore e per piangere sui drammoni sentimentali di Raffaello Matarazzo, ma c’erano anche scrittori come Vittorini, Pavese o Fenoglio, e c’erano il De Sica di “Ladri di biciclette” e “Umberto D.”, il Visconti di “Bellissima”, il Rossellini di “Roma città aperta”, che sapevano regalare storie e personaggi di profonda umanità senza nulla concedere alla retorica dei sentimenti e al gusto del melodramma strappalacrime.

Riso Amaro. Indimenticabili protagonisti del Neorealismo, Mangano e Gassman

Riso Amaro. Indimenticabili protagonisti del Neorealismo, Mangano e Gassman


E’ vero che, a ben guardare, nei fotoromanzi e nei “rosa” la felicità sognata si raggiungeva a caro prezzo e dopo molte traversie, così come la cruda realtà raccontata nelle opere neorealistiche si addolciva spesso grazie alla presenza di affetti consolatori, ma tra le due direzioni indicate le differenze sul piano dei contenuti e dello stile rimangono tuttavia notevoli. Infrequenti ma significativi i punti di convergenza: si può citare a tal proposito un film del neorealismo popolare come “Riso amaro” di De Santis (1949), che nella caratterizzazione di certi personaggi e nello sviluppo della vicenda non risulta estraneo all’atmosfera dei fotoromanzi, ma rappresenta nel contempo la vita reale in uno dei suoi aspetti più duri, la fatica delle mondine nelle risaie.
Le Mondine di Riso Amaro: Le celebri gambe della magnifica Mangano.

Le Mondine di Riso Amaro: Le celebri gambe della magnifica Mangano.


Le donne entravano numerose nel mondo del lavoro, ma il più delle volte, per così dire, dalla porta di servizio: ben pochi i ruoli di prestigio ad esse affidati, a causa sia dei pregiudizi maschili, sia anche, bisogna ammetterlo, dei diffusi limiti culturali femminili. Sfruttate in casa e fuori, frustrate nelle loro aspirazioni, incapaci di letture di un qualche spessore o addirittura semianalfabete, milioni di ragazze e di donne dell’epoca trovarono nei fotoromanzi ciò che la vita non offriva loro: passioni romantiche, avventure, esotismo. O se vi riconoscevano personali esperienze dolorose (figli illegittimi, abbandoni, malattie, miseria) le vedevano volgersi sempre, sulla carta, a quel lieto fine che nella vita vera era il più delle volte negato. E’ stato scritto che il fotoromanzo insegnò a leggere a tante ragazze del dopoguerra, e su ciò si può concordare almeno in parte. Ma la diffusione dei fotoromanzi – negli anni ’50 si parla di quasi due milioni di copie, in seguito di cifre anche molto più alte – fu tale da far pensare che il pubblico non fosse rappresentato esclusivamente da donne incolte di basso ceto socio-economico.

Quando ancora le signore dell’alta borghesia guardavano il personale di servizio dall’alto in basso e le collaboratrici familiari venivano chiamate brutalmente “serve”, una giovane domestica aprì uno squarcio sull’effettiva realtà dei tempi dichiarando candida nel corso di un’intervista: “La signora non vuole che legga i fotoromanzi, dice che mi riempiono la testa di stupidaggini e me li porta via, ma l’ho vista un giorno mentre li leggeva di nascosto anche lei!”

Non quantificabili numericamente i lettori maschi, i quali in genere non compravano i fotoromanzi, ma, trovandoli in casa o fuori, spesso non ne disdegnavano la lettura. L’equazione “fotoromanzi = roba da serve” è dunque scorretta o almeno limitativa: si deve ammettere infatti che ben poche donne adulte, indipendentemente dal grado d’istruzione, potrebbero dichiarare con assoluta onestà di non aver mai avuto per le mani un fotoromanzo almeno una volta nella vita. Anche se in famiglia queste pubblicazioni non venivano acquistate in quanto ritenute spregevoli e indegne di attenzione, si trovavano dalla parrucchiera, dai vicini di casa o dagli amici, si sfogliavano con un’indifferenza spesso più apparente che reale e si finiva per appassionarsi a qualche storia di cui non si vedeva l’ora di conoscere gli sviluppi e la conclusione, come capita adesso a chi guarda “Beautiful”, “Un posto al sole” o “Tempesta d’amore”.

Brooke di Beautiful

Brooke di Beautiful

Per chi studiava e aveva modo perciò di conoscere e di apprezzare soprattutto altro, i fotoromanzi, sfogliati o letti saltuariamente e per semplice curiosità, costituivano un innocuo passatempo: si sapeva benissimo, insomma, che non avevano nulla a che spartire con Kant o con Leopardi, si sapevano prendere le debite distanze e ci si divertiva anche a cogliere con occhio critico certi riferimenti letterari o cinematografici. Ma se è vero che per moltissime donne e anche per certi uomini di estrazione sociale ed economica modesta e di scarsissima istruzione i fotoromanzi rimasero per decenni l’unica lettura abituale, vien da pensare che essi rappresentassero in molti casi un passo indietro rispetto alla narrativa popolare tradizionale, che presupponeva sempre e comunque un approccio con la pagina interamente scritta.

In memoria
Scritti della mia mammastra Flavia Tornari Zanette