Letture Vintage anche a Natale! Il fotoromanzo tra gli anni ’50 e ’60

dicembre 25, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

Cosa accadde al fotoromanzo tra gli anni Cinquanta e Sessanta?
Dai fotoromanzi degli anni Cinquanta scomparvero quasi del tutto gli sprazzi di modernità, travolti dall’ondata di moralismo perbenista che investì allora non solo l’Italia, ma l’intero mondo occidentale, USA compresi. La guerra aveva contribuito in notevole misura all’emancipazione delle donne le quali, con gli uomini al fronte, avevano acquisito giocoforza, in molti casi, indipendenza e capacità decisionale. Negli anni successivi invece furono per lo più costrette (le borghesi e le casalinghe di provincia molto più delle lavoratrici) a ripiombare nel conformismo più piatto, banale e spesso ipocrita.

Fifties

Fifties

Meno originali e meno coraggiosi di quelli degli esordi, i fotoromanzi anni ’50, pur non abbandonando le storie contemporanee che attingevano, come sempre, al feuilleton e al “rosa”, pescarono a piene mani anche nel teatro e nella narrativa straniera del lontano passato, nella storia d’Italia, persino nei libretti della lirica. Si trova di tutto: Pia de’ Tolomei e Beatrice Cenci, il Padrone delle Ferriere e Rigoletto, senza dimenticare Tess dei d’Urberville, Tosca, Anna Karenina, La Signora dalle Camelie, Romeo e Giulietta…
L’ibrida mescolanza di personaggi accomunati da vicissitudini drammatiche appassionò i lettori, fece amare alla follia i loro interpreti maschili e femminili e fece aumentare esponenzialmente la diffusione delle testate. Denominatore comune, la condanna di ogni trasgressione: la colpa, quale che sia, deve essere espiata, specie se la colpevole è una donna. Non mancano le “cattive ragazze” calcolatrici, manipolatrici e sessualmente libere, o le fanciulle deboli che cedono alla passione e si concedono al di fuori del matrimonio, ma sono tutte destinate all’emarginazione, se non alla malattia e alla morte.
Finiscono dunque malissimo, a meno che non intraprendano un percorso di redenzione e non tornino sulla retta via, o grazie ad un amore puro e disinteressato (ma paternalisticamente concesso dall’uomo: “Farò di te una donna onesta!”) oppure entrando in convento. La verginità prematrimoniale è un valore indiscusso: le giovani perbene si mantengono caste e i fidanzati, sebbene a fatica, non attentano alla loro virtù o vi attentano senza successo. Quando poi, accecati dai sensi, le tradiscono con la “femme fatale” di turno, se ne pentono amaramente e implorano il loro perdono, immancabilmente concesso, anche se a fatica e dopo molte lacrime. Quante “perdoniste” allora! esclama divertita Anna Bravo. “Ritornerò in ginocchio da te”, avrebbe giurato un po’ più tardi in musica Gianni Morandi… In omaggio al patetismo più bieco, massiccia, come nei feuilleton, la presenza di “figli della colpa” e di bambini malati, orfani o abbandonati. Malgrado la scomparsa pressoché totale di storie in contrasto con la morale cattolica e borghese, in quegli anni ancor più che all’inizio il fotoromanzo fu oggetto di attacchi furibondi. La Chiesa e i benpensanti lo accusavano di corrompere le fanciulle proponendo loro modelli di vita e di comportamento immorali. La sinistra, per parte sua, scagliava i suoi strali in nome della cultura e del progresso: figlio dell’arretratezza e dell’ignoranza, il fotoromanzo era visto come un ostacolo allo sviluppo intellettuale e all’istruzione delle donne e delle masse lavoratrici. E dire che nel mondo dei fotoromanzi erano presenti a vario titolo proprio molti uomini di sinistra.
Il coro di condanna, unanime quale che ne fosse la matrice, non impedì tuttavia l’inarrestabile ascesa di questo disprezzato ed esecrato “sottoprodotto culturale”.

A partire dal 1960 le testate si moltiplicarono grazie alla Lancio, creata nel 1936 da Antonio Mercurio come società pubblicitaria. Con il medesimo nome, felicemente scelto come richiamo al “lancio” dei prodotti sul mercato, la Casa si inserì allora nel settore dei fotoromanzi con una nutrita serie di periodici – Letizia, Charme, Marina, Jacques Douglas, Lucky Martin, Xte – che incontrarono subito un grandissimo favore di pubblico. Minore invece la fortuna ottenuta in ambito cinematografico. Le risorse economiche di cui disponeva permisero alla Lancio un notevole salto di qualità sul piano tecnico. Sempre più attrezzati e confortevoli i teatri di posa: un altro pianeta rispetto allo squallido capannone della periferia romana dove si giravano i primi fotoromanzi e dove in tanti avevano sognato, dopo una comparsata retribuita con cinquecento lire (erano bei soldi, all’epoca!), di diventare il nuovo Gassman o la nuova Loren; un sogno ancora segretamente coltivato dai volti nuovi, anche se forse con minore ingenuità rispetto agli inizi.

Musicarelli- Una lacrima sul viso

Musicarelli- Una lacrima sul viso

Comparivano anche i cantanti di musica leggera, impegnati contemporaneamente al cinema nei cosiddetti “musicarelli”: una quantità incredibile di film dalla trama esilissima, costruita intorno al titolo di una celebre canzone (Nel blu dipinto di blu, Una lacrima sul viso, Non son degno di te…).

Musicarelli- Nessuno mi può giudicare

Musicarelli- Nessuno mi può giudicare

Significativa, ma non radicale, la svolta operata in quel periodo sul piano dei contenuti: i personaggi sono più vicini al mondo reale, ma sia nei fotoromanzi della Lancio che nelle testate storiche le storie d’amore continuano in sostanza a farla da padrone. In particolare, le protagoniste femminili spesso studiano e, se lavorano, non sono più soltanto le solite sartine e commesse guardate con alterigia dalle ricche borghesi; appaiono più disinvolte e meno disposte alla sudditanza nei confronti dell’uomo, eppure il matrimonio rimane per tutte l’ aspirazione primaria e irrinunciabile.
Siamo, per così dire, in una sorta di limbo: il femminismo non si è ancora affermato (e bisogna riconoscere che nelle fasce sociali più povere e arretrate non si affermerà mai), la tendenza a perdersi nel sogno e nelle fantasie romantiche permane, ma si avvertono nel contempo nuovi fermenti, la mentalità sta progressivamente cambiando. In un noto e diffuso settimanale femminile, “Annabella”, Brunella Gasperini, una giornalista intelligente, colta, laica e libertaria, colloquiando per oltre venticinque anni con le sue affezionate lettrici (Ditelo a Brunella) non si stancò mai di esortarle all’autonomia economica, di pensiero e di giudizio. Inoltre, dimostrando una coraggiosa spregiudicatezza decisamente in anticipo sui tempi, assolveva i rapporti prematrimoniali, ancora ritenuti peccaminosi. Inserendosi poi nell’acceso dibattito dei primi anni ’70, si pronunciò in modo esplicito a favore del divorzio e della legalizzazione dell’aborto: un bel passo avanti rispetto alle rubriche consuete, che continuavano ad insegnare alle donne solo ricette di cucina, uso dei cosmetici e norme di galateo, invitandole a non tradire i valori della femminilità più tradizionale e ad essere innanzi tutto mogli devote e madri esemplari. La Gasperini fu anche autrice di un buon numero di romanzi, alcuni dei quali comparvero a puntate proprio su “Annabella”. Solo una critica superficiale potrebbe relegarli nel “rosa”: mai banali, scontate o sdolcinate le storie, spesso simpaticamente autobiografiche; personale, vivace e ironica la scrittura (“L’estate dei bisbigli”, “Ero io quella”, “Una donna e altri animali”).

Testo di Flavia Tornari Zanette
In memoria