Introduzione al Fotoromanzo. Letture Vintage

agosto 13, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

Introduzione al Fotoromanzo.

Curioso il fatto che l’interesse critico nei confronti del genere sia cresciuto negli ultimi venti o trent’anni, proprio in concomitanza con il declino nei favori del pubblico e nel mercato editoriale.

Lo studioso o l’appassionato che voglia conoscerne le caratteristiche, i contenuti e l’evoluzione storica ha a disposizione una nutrita serie di saggi, tra cui spiccano “Le carte rosa” di Ermanno Detti (La Nuova Italia, Firenze, 1990) e “Il fotoromanzo” di Anna Bravo, edito nel 2003 da “Il Mulino”, Bologna. Per il settore parallelo del cineromanzo, che trasportò su carta tutti i film più importanti, si veda “Lo schermo di carta” di Emiliano Morreale (Il Castoro, collana Museo Nazionale del Cinema, 2007). Corredato di un ricco DVD, il saggio uscì in concomitanza con la mostra torinese del cineromanzo allestita in quell’anno e ideata dal regista Gianni Amelio. Paradossalmente però non esiste da nessuna parte una raccolta completa di tutti i fotoromanzi pubblicati dalle origini ad oggi. Solo “Bolero” (Mondadori) conserva in redazione tutti i numeri usciti. Numeri sparsi delle varie testate si possono reperire sulle bancarelle, qualche annata è senza dubbio nelle mani di collezionisti privati, ma poco è in sostanza il materiale disponibile con facilità per chi sia interessato a documentarsi di prima mano e non solo attraverso la saggistica: a dimostrazione del fatto che, come scrive la Bravo, “il fotoromanzo è un filone culturale del quale si è parlato molto (e male) sapendone molto poco”.

Fattoria di Azzano, Flavia con gli autori del fotoromanzo giallo pordenonese al workshop sul tema del 26 novembre 2011

Fattoria di Azzano, Flavia con gli autori del fotoromanzo giallo pordenonese al workshop sul tema del 26 novembre 2011

FOTOROMANZO E NARRATIVA “ROSA”

Prodotto “made in Italy” nato nel 1947 e rapidamente diffusosi in tutto il mondo, il fotoromanzo non ha mai avuto pretese culturali: il suo target è assimilabile, grosso modo, a quello dei “rosa” di Liala, di Luciana Peverelli e dei molti altri scrittori italiani e stranieri che nella letteratura d’evasione si sono cimentati con esiti più o meno felici. Rispetto al feuilleton classico, il “rosa” semplifica le trame depurandole degli elementi più torbidi e dà spazio quasi esclusivamente all’amore: un amore difficile e contrastato sempre, ma sempre destinato al lieto fine, dopo lo scioglimento di ogni equivoco e l’abbattimento di ogni ostacolo.
La critica si è sempre dimostrata poco tenera nei confronti della narrativa sentimentale: già Flaubert, ad esempio, l’aveva messa implicitamente sotto accusa facendo della fatua e mediocre provinciale Emma Bovary un’avida lettrice di romanzi d’amore. Nessun giudizio negativo tuttavia impedì a questa produzione di prosperare nel tempo, facendo presa soprattutto sul pubblico femminile. La Salani pubblicò tra l’altro, a partire dal primo Novecento, la collana “Biblioteca per le signorine”: il titolo parla da sé. Tra gli autori di maggior successo Delly, pseudonimo di due scrittori francesi, fratello e sorella, che condirono più volte le loro storie di un esotismo di maniera (“Lo sceicco”, “Il figlio dello sceicco”).

Sempre in rosa circondata da ricche decorazioni floreali: Barbara Cartland

Sempre in rosa circondata da ricche decorazioni floreali: Barbara Cartland


Che il genere goda di buona salute anche nel XXI secolo è dimostrato in modo inequivocabile dalle frequenti ristampe dei romanzi di Liala, della britannica Barbara Cartland e di altri autori più o meno recenti del medesimo filone, per non parlare della vitalità di certe pubblicazioni periodiche (come la serie “Harmony”) e dei numerosi libri sfornati anche di recente da specialiste del sentimento come Sveva Casati Modignani o Maria Venturi. Quest’ultima trasportò il genere anche in TV con “Incantesimo”, “Orgoglio” e “Butta la luna”: prodotti più che dignitosi, è giusto riconoscerlo. Malgrado l’apparenza di modernità, sconfinano nel “rosa” anche i melensi romanzetti adolescenziali di Federico Moccia.

Chi del fotoromanzo voglia cogliere l’incredibile forza suggestiva da un lato e dall’altro la realtà povera e grezza degli esordi deve vedere “Lo sceicco bianco” (1952), il film che segnò l’ ingresso del regista Federico Fellini nel mondo del cinema.

Fellini. Lo sceicco bianco

Fellini. Lo sceicco bianco

La giovanissima Wanda, ingenua e sognatrice, mentre è in viaggio di nozze a Roma riesce fortunosamente a incontrare l’uomo dei suoi sogni, il fascinoso sceicco biancovestito e luccicante, eroe di tante straordinarie avventure in terre lontane da lei divorate nei fotoromanzi (Alberto Sordi ne dà un’interpretazione magistrale). L’illusione di entrare da protagonista in una favola meravigliosa si infrange però ben presto contro una realtà deludente che non ha nulla di suggestivo né di magico: la “location” esotica è una squallida spiaggetta, le odalische sono ragazzotte del popolo, il mitico sceicco è un poveraccio con una moglie bisbetica e tutta la troupe tira a campare come lui, piegandosi umilmente ai diktat del regista, il tirannico “dottore”. Al posto di uno sceicco immaginario c’è alla fine per Wanda un marito vero e reale, piuttosto noioso, decisamente poco attraente, ma a suo modo innamorato, sebbene gli spettatori ne scoprano, a differenza di lei, qualche aspetto non proprio ineccepibile. Di un peccatuccio veniale ha però tutta l’aria il fortuito incontro notturno di lui con la prostituta Cabiria (ispiratrice del successivo film felliniano “Le notti di Cabiria” interpretato dalla stessa Masina): una trasgressione, tutto sommato, non tanto più grave della breve fuga della mogliettina infatuata del suo eroe.
Nel suo film Fellini seppe dissacrare e demistificare con il sorriso un mondo, quello dei fotoromanzi appunto, che nel dopoguerra rappresentava, insieme con Cinecittà, il mito più grande, la meta più ambita.
Nastro Argento alla migliore attrice protagonista ad Anna magnani. Bellissima. Di Visconti, 1951

Nastro Argento alla migliore attrice protagonista ad Anna Magnani in Bellissima. Di Visconti, 1951

L’anno prima “Bellissima” di Visconti aveva fotografato, con un realismo solo in apparenza crudo e impietoso, il crollo del sogno e il rigurgito finale di dignità della popolana Maddalena (una grandissima Anna Magnani), ossessionata dal desiderio di far entrare la figlia nel mondo del cinema, per consentirle di ottenere ciò che a lei era sempre stato negato: ricchezza, successo, prestigio sociale”.

In memoria
Scritti della mia mammastra Flavia Tornari Zanette