Topoi del Feuilleton. Letture Vintage.

agosto 10, 2016 Written by Daniela - Nessun commento

TOPOI DEL FEUILLETON per le vostre letture vintage.

“Ricorrono nel feuilleton tradizionale numerosi stereotipi e vi si incontra una quantità di personaggi coinvolti in una serie di situazioni complesse e drammatiche che tendono a ripetersi, pur nell’apparente varietà degli intrecci e delle ambientazioni.
Vi troviamo, su versanti opposti, aristocratici e plebei, ricchi possidenti e poveri contadini; figli/e vittime di genitori tiranni oppure genitori generosi depredati da figli/e avidi e insensibili; fratelli e sorelle rivali in amore o per motivi economici; fanciulle ingenue, maliarde senza scrupoli e infelici “donne perdute”; avventurieri romantici, eroi idealisti, creature mostruose ma di buon cuore (il Quasimodo di “Notre Dame”); abili ladri, briganti non sempre malvagi e loschi assassini prezzolati.

La contrapposizione tra il bene e il male è netta e la psicologia dei personaggi, anche di quelli più tormentati, lascia ben poco spazio a sfumature o ad ambiguità. Luoghi prediletti, tetri castelli con torri e segrete, vicoli e luoghi di malaffare dei bassifondi metropolitani, fumose taverne di porti nebbiosi, macabre cripte, chiese e conventi ove spesso, tra preghiere e canti elevati al cielo, si celano foschi misteri e si ordiscono inganni. E poi miserande casupole, fastosi palazzi, vaste tenute signorili di campagna, tenebrose foreste, mari solcati da brigantini e feluche… Innumerevoli gli equivoci, gli scambi di persona e le agnizioni tardive; immancabili i delitti, gli agguati e le trame nell’ombra, cui si aggiungono le innocenze violate, i “figli della colpa”, i sublimi sacrifici, le monacazioni forzate. I sentimenti tendono sempre ad essere estremi: le anime sono lacerate da odii, da rimorsi, da segreti inconfessabili, da conflitti insanabili. Gli amanti vivono intense passioni contrastate se non impossibili e sognano, spesso invano, di raggiungere la felicità in luoghi lontani, al riparo dalle persecuzioni e dalle invidie. Per nulla garantito l’happy ending: frequenti al contrario le soluzioni tragiche e catastrofiche. Se già l’ambientazione e le trame di per sé erano studiate apposta per far presa sull’emotività del lettore, l’effetto veniva accresciuto da uno stile narrativo marcatamente retorico, connotato in particolare da un’aggettivazione iperbolica e dalla sovrabbondanza di punti esclamativi, di punti interrogativi e di puntini di sospensione. Nel tempo gli elementi più cupi e melodrammatici vennero attenuandosi, il linguaggio si fece meno eccessivo, gli ambienti e i personaggi si modernizzarono, ma la sostanza non cambiò mai di molto.

APPENDICISTI ITALIANI E STRANIERI – NARRATIVA POPOLARE
Il genere, lo si deduce dai caratteri sopra indicati, è contraddistinto spesso da opere di puro intrattenimento, che puntano alle emozioni elementari dei lettori più sprovveduti e di bocca buona. Si impongono tuttavia delle precise distinzioni, per non fare erroneamente di ogni erba un fascio: la pubblicazione a puntate (iniziata nel 1836 su La Presse con “La comtesse de Salisbury” di Alexandre Dumas padre) non è per forza sinonimo di robaccia dozzinale. Pare oggi impensabile ricondurre al mondo dell’appendice autori del calibro di Balzac, Dostoevskij, Tostoj, Flaubert o Dickens: eppure capolavori come “La vieille fille”, “I fratelli Karamazov”, “Guerra e Pace” “Madame Bovary” e “David Copperfield” uscirono inizialmente proprio a puntate. A Baltimora fu pubblicato così “Il manoscritto trovato in una bottiglia” di Edgar Allan Poe, così in Scozia “La freccia nera” di Stevenson. In Italia, a dispense illustrate dal Gonin furono editi tra il ’40 e il ’42 i Promessi Sposi manzoniani nella loro versione definitiva, la cosiddetta “quarantana”; a puntate fu stampato più tardi (1881) il “Pinocchio” di Collodi. Modalità peraltro non scomparsa del tutto: un quotidiano di Francoforte e il nostro “Corriere della Sera” pubblicarono a puntate “Il profumo” di Suskind (1985) e Stephen King fece uscire a dispense “Il miglio verde”(1996). Ma sono solo pochi esempi. Quanto ai contenuti, non sono scevri da elementi tipici del feuilleton alcuni grandissimi romanzi dell’Ottocento, come “I Miserabili” di Victor Hugo (1862). Lo stesso Hugo a quegli elementi aveva ampiamente attinto in “Notre Dame” (1831) e l’avrebbe fatto in seguito nell’ “Uomo che ride”(1869) e anche altrove. Difficile non pensare al feuilleton, almeno in qualche momento, anche quando si leggono opere inglesi di narrativa appassionanti, ben scritte e nient’affatto banali come “Jane Eyre” di Charlotte Bronte oppure “Cime tempestose” di sua sorella Emily (1847). Nel ricco filone di “cappa e spada” il posto d’onore spetta indubbiamente a “I tre moschettieri” di Dumas padre. Edito a puntate sul giornale “Le Siècle” nel corso del 1844, è un gran bel romanzo popolato non di “tipi” prevedibili, ma di personaggi vivi, dinamici e dotati di una spiccata individualità.
Athos, Porthos, Aramis e D’Artagnan compiono le loro imprese (non sempre e non tutte necessariamente eroiche: non mancano le storie di letto né parecchie solenni ubriacature) in un contesto storico preciso: quello della Francia secentesca di Luigi XIII con la moglie Anna d’Austria, del Cardinale di Richelieu, dell’Inghilterra di Lord Buckingham e della guerra dei Trent’anni con la presa della Rochelle da parte francese. La storia però non è oggetto di indagine e di riflessione critica come nei “Promessi Sposi”: fa solo da sfondo a una serie incredibile di rocambolesche avventure ricche di duelli, di agguati, di trame segrete, di passioni e di delitti, ma anche di umorismo. Il culmine della vicenda è rappresentato dal fortunoso recupero da parte di D’Artagnan, in Inghilterra, di un puntale di diamanti donato da Anna all’amante duca di Buckingham, con grande scorno del Cardinale, ideatore di un complotto contro l’odiata regina. Emissaria e spia di Richelieu è la bellissima, perfida e spietata Milady, al cui fascino non si sottrae a un certo punto neppure D’Artagnan. La donna, ex moglie di Athos e responsabile del suo mai placato tormento interiore, è destinata (“Era una notte buia e tempestosa…”) a essere giudicata colpevole in un processo sommario istruito dagli stessi moschettieri ed a pagare i suoi numerosi crimini seduta stante per mano del boia di Lilla convocato per l’occasione. Impropriamente relegati a lungo tra le opere destinate solo ai ragazzi, “I tre moschettieri” sono stati da tempo rivalutati e analizzati in base alle più recenti acquisizioni della critica letteraria. Esempio godibilissimo e per così dire nobile di quel pot-pourri che contraddistingue la narrativa popolare nel suo complesso, il romanzo raggiunse un pubblico assai vasto ed ebbe parecchie versioni cinematografiche, di solito però o poco aderenti al testo o incomplete rispetto ad esso. La migliore rimane quella del 1948, con l’acrobatico Gene Kelly nel ruolo di D’Artagnan e la bellissima Lana Turner in quello di Milady. Vincent Price interpreta Richelieu da par suo, Van Heflin è Athos, June Allison una bamboleggiante Costanza Bonacieux. L’edizione del 2011 corrisponde alla predilezione attuale per gli spettacolari effetti speciali, ma con l’opera letteraria ha poco o nulla in comune.
Dumas ripropose i medesimi protagonisti in altri romanzi successivi (“Vent’anni dopo”, “Il Conte di Bragelonne”) che, pur apprezzabili, non seppero però uguagliare il primo della serie. Ancora celebre, anche e soprattutto grazie al cinema e alla tv, “Il Conte di Montecristo”. L’implacabile e feroce vendetta ordita con scientifica meticolosità da Edmond Dantès nei confronti dei responsabili della sua lunga e ingiusta prigionia nel Chateau d’If e della perdita della donna amata esercita ancor oggi un fascino indiscutibile ed ha aperto la strada a tanti altri “giustizieri” letterari, cinematografici e televisivi. Una setta di giustizieri è, ad esempio, la protagonista di un fortunato feuilleton del siciliano Luigi Natoli, “I Beati Paoli”(1909). In loro i popolani dell’isola si identificarono, proiettandovi la loro ansia di giustizia e di rivalsa sociale.

Troppi gli appendicisti e troppo numerose le loro opere per farne un elenco completo. Tuttavia merita ancora un cenno il già citato e imitatissimo “I Misteri di Parigi” che, se non è il primo in assoluto tra i romanzi d’appendice, ne contiene efficacemente tutti gli elementi chiave e viene perciò considerato il capostipite del genere. Dopo di esso ancora misteri a non finire, ambientati di nuovo a Parigi, ma anche a Londra, a Marsiglia, a Napoli, a Berlino e altrove nel mondo. Il romanzo di Sue, come del resto quasi tutti i feuilleton, è praticamente impossibile da riassumere. Protagonista è il principe Rodolphe de Gerolstein, tormentato dai ricordi di un triste passato da cui vuole riscattarsi e mosso dal desiderio di aiutare gli sfortunati e di punire i malvagi. Ricoprono il ruolo di antagonisti il cinico abate Polidori e la contessa Sarah Mac Gregor, ex moglie di Rodolphe e madre di una figlia da tutti falsamente creduta morta. Con Rodolphe collaborano invece David, un abile medico di colore un tempo schiavo, una giovane e sventurata prostituta dall’animo buono, vittima fin da piccola di abusi di ogni genere, e un ex forzato coraggioso e non privo di moralità e d’onore malgrado un omicidio commesso. Hugo ne avrebbe tratto ispirazione per delineare nei “Miserabili” i personaggi di Jean Valjean, di Cosetta e di Fantine, mentre la vendetta di Rodolphe rimanda al Conte di Montecristo di Dumas padre.
Dumas figlio è noto invece soprattutto per il romanzo mondano “La Signora dalle Camelie” (1848), la cui protagonista, Marguerite Gauthier, emblema del vittimismo romantico, sarebbe divenuta ancor più celebre col nome di Violetta Valery nella “Traviata” di Verdi. Restando in Francia, molto noto anche George Ohnet con il suo “Padrone delle ferriere” (1882). La baronessa magiaro-britannica Emma Orczy deve invece la sua popolarità alla lunga e fortunata serie della “Primula Rossa” che, scritta nel primo Novecento, ebbe più riduzioni cinematografiche e televisive; ottima la versione televisiva inglese del 1998. Leslie Howard era stato un’affascinante “Primula” del cinema già nel 1935.

Carolina Invernizio- La sepolta viva

Carolina Invernizio- La sepolta viva

Parecchi appendicisti italiani si distinsero per la loro incredibile prolificità. Due nomi tra i tanti: il napoletano Francesco Mastriani e la vogherese Carolina Invernizio, che scrissero entrambi un centinaio di romanzi. La Invernizio simpatizzò non di rado per le atmosfere gotiche e “noir” (“La sepolta viva”, “Il bacio di una morta”), cui affiancò i contenuti sentimentali prediletti dalle donne (“La fidanzata del bersagliere”). Divenuta presto famosa, ma conscia di essere unanimemente denigrata dai critici letterari, la scrittrice dichiarò con grande spirito di prendersi su di loro un’allegra vendetta, dato che sapeva benissimo di annoverare tra le sue lettrici più affezionate ed entusiaste le loro mogli, madri, sorelle e fidanzate!
Nel mondo dell’appendice rientra in parte anche Emilio Salgàri, la cui vastissima produzione appartiene al filone delle avventure esotiche ancora molto amate dal pubblico (si pensi a Indiana Jones e ai romanzi di Wilbur Smith o del nostro Marco Buticchi): il notissimo ciclo dei pirati della Malesia fu infatti pubblicato a puntate prima che in volumi. La scrittura di Salgari è alquanto sciatta e approssimativa, la retorica è sempre in agguato, ma le ambientazioni sono suggestive e i personaggi sono tratteggiati con abile mestiere; quelli maschili in particolare hanno spesso connotati fisici e psicologici indovinatissimi che li rendono affascinanti e indimenticabili: chi non conosce, ad esempio, Sandokan- sigla della serie televisiva, Yanez o il Corsaro Nero?

Sandokan. La Tigre della Malesia.

Sandokan. La Tigre della Malesia.


Inoltre alle sue storie, improbabili certo ma non per questo meno avvincenti, va riconosciuto con onestà il merito di trasportare il lettore in terre lontane e misteriose, regalandogli l’illusione di trovarsi fianco a fianco con i suoi eroi e di vivere le loro stesse emozionanti avventure. Addirittura risibile, a mio parere, l’accusa di razzismo mossa da qualcuno ai romanzi salgariani. L’autore, malgrado il successo subito ottenuto, morì povero e suicida nei pressi di Torino. La sua opera è ora oggetto di una tardiva ma doverosa rivalutazione, supportata anche dal giudizio positivo espresso dal dotto saggista e romanziere triestino Claudio Magris, che si è dichiarato ancora grato allo scrittore veronese per averlo appassionato da bambino alla lettura, per aver stimolato la sua fantasia e per aver fatto nascere in lui il gusto del racconto.
Sempre apprezzata la fantascienza, che nel Novecento ha annoverato autori importanti come Dick, Asimov, Bradbury, Clarke o Ballard. Precedenti illustri il francese Jules Verne e l’inglese H. G. Wells. “La macchina del tempo”, “La guerra dei mondi”, “L’uomo invisibile”, “L’isola del dottor Moreau” di Wells hanno ispirato anche di recente più di un film. Lo stesso dicasi per i romanzi più fortunati di Verne: “Ventimila leghe sotto i mari”, “Il giro del mondo in ottanta giorni”, “Dalla Terra alla Luna”, “Viaggio al centro della Terra”.
La narrativa popolare creò o consolidò, in Italia, le fortune di alcune case editrici, Sonzogno e Salani in particolare. Quest’ultima pubblicò tra gli altri la Invernizio; Sonzogno invece ebbe a lungo l’esclusiva dei romanzi di Liala, la più celebre e la più letta in assoluto tra le nostre scrittrici di romanzi “rosa”. Amalia Liana Cambiasi Negretti Odescalchi – questo il suo nome completo – deve alla creatività di D’Annunzio la ricercatezza suggestiva del suo pseudonimo: “un’ala nel nome” volle darle l’immaginifico poeta, in omaggio alla predilezione dell’autrice per gli aviatori, spesso protagonisti dei suoi libri. Tra gli scrittori popolari del Novecento italiano la critica ha ampiamente rivalutato Giorgio Scerbanenco (il cognome ne rivela l’origine russa).
La sua vastissima produzione di romanzi e novelle spaziò per decenni dal “giallo” al sentimentale, con frequente e spesso felice commistione dei due generi. Sfidò inoltre con successo, primo in Italia, il monopolio statunitense del filone hard-boiled: il suo Duca Lamberti, protagonista problematico e antieroico di alcuni romanzi polizieschi d’azione ambientati a Milano, ha aperto la strada a tanti altri personaggi simili, letterari e televisivi”.

In memoria:
Scritti della mia mammastra Flavia Tornari Zanette